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Certificazione BRC Food: quanto costa e come prepararsi all'audit

Il percorso BRCGS Food Safety costa in media tra 5.000 e 12.000 euro per una PMI, tra ente di certificazione e consulenza. Grading da AA a D, validità di 12 o 6 mesi, e cosa succede se arriva un audit non annunciato.

Redazione Alimentare B2B · 11 settembre 2026

Cinquemila euro è la soglia minima da cui parte una prima certificazione BRC Food per una PMI alimentare, e può salire oltre 12.000 euro nelle realtà con più linee produttive o prodotti a rischio più alto.

Il BRC Food, oggi ufficialmente BRCGS Global Standard Food Safety, è lo standard di sicurezza alimentare più richiesto dalla grande distribuzione britannica e sempre più anche da catene e private label europee: nato come marchio interno del British Retail Consortium, è arrivato alla versione Issue 9, in vigore dal 2022. Non lo rilascia il BRC direttamente ma un ente di certificazione terzo accreditato, come RINA, DNV, TÜV Italia, Bureau Veritas o Certiquality, che verifica lo stabilimento con un audit sul campo.

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Un buyer della GDO britannica o un importatore che rifornisce catene UK considera il BRC un requisito di ammissione quasi non negoziabile, allo stesso modo in cui l’HACCP è un obbligo di legge e non una scelta. Per la private label di catene italiane o europee la richiesta arriva sempre più spesso insieme all’IFS come alternativa equivalente: le due certificazioni coprono requisiti simili e i buyer ne accettano generalmente una delle due. Il titolare che decide di partire deve mettere in conto due voci di spesa distinte, l’ente di certificazione e la consulenza per prepararsi, e un percorso che nella maggior parte dei casi richiede alcuni mesi prima del primo audit.

Quanto costa davvero, ente più consulenza?

Il costo complessivo per una PMI oscilla tra 5.000 e 12.000 euro alla prima certificazione, secondo le stime pubblicate da più società di consulenza italiane specializzate in certificazioni alimentari, tra cui Sistemi e Consulenze e Alimenta Consulting. Nelle realtà più semplici il totale può restare sotto i 4.000 euro, mentre negli stabilimenti con più linee produttive, più turni o categorie di prodotto a rischio più elevato la cifra può superare i 15.000 euro. Il fattore che pesa di più sul preventivo dell’ente non è il fatturato dell’azienda ma la durata dell’audit, calcolata in giornate-uomo sulla base di dimensione dello stabilimento, numero di prodotti e complessità dei processi: più giornate servono, più cresce la tariffa, che gli enti di certificazione italiani fatturano generalmente tra qualche centinaio di euro a giornata. La consulenza per arrivare pronti, dalla gap analysis iniziale alla formazione del personale fino alla simulazione dell’audit, è la voce più variabile: dipende da quanto lo stabilimento è già vicino ai requisiti dello standard prima di iniziare.

Come funziona il grading, da AA a D?

Al termine dell’audit, l’azienda non riceve solo un pass o un fail ma un voto: AA, A, B, C, D o, nei casi più gravi, la non certificazione. Il grado AA si ottiene con al massimo 5 non conformità minori, la A tra 5 e 10, la B tra 11 e 16 minori oppure una maggiore più fino a 10 minori. Ogni non conformità aperta va chiusa con un’azione correttiva documentata entro 28 giorni di calendario, prima che l’ente finalizzi il voto. Chi ottiene un grado AA, A o B mantiene il certificato per 12 mesi; chi si ferma a C o D scende a un ciclo di riaudit ogni 6 mesi, il doppio delle verifiche e quindi il doppio dei costi ricorrenti. Lo standard prevede anche l’opzione dell’audit non annunciato, segnalato con un ”+” accanto al voto: almeno una verifica ogni tre cicli deve avvenire senza preavviso per le aziende che scelgono questa opzione, pensata per dare al buyer una garanzia più solida sulla conformità reale dello stabilimento, non solo il giorno dell’audit programmato.

Quanto dura il percorso dalla decisione al certificato in mano?

Per uno stabilimento con un sistema di autocontrollo già strutturato, il percorso completo, dalla gap analysis iniziale all’audit di certificazione, richiede in genere tra 3 e 6 mesi. Il tempo si allunga se servono interventi strutturali, come la separazione delle aree a rischio di contaminazione crociata o l’adeguamento degli impianti di tracciabilità, oppure se il personale non ha mai lavorato secondo un sistema di gestione della qualità documentato. Chi ha una scadenza commerciale vicina, per esempio l’ingresso in un nuovo listino GDO che chiede il BRC come condizione, rischia di scoprire tardi che il tempo tecnico dell’audit e delle azioni correttive non si comprime pagando di più.

Chi rischia di più se si arriva impreparati?

L’ente di certificazione incassa la tariffa dell’audit indipendentemente dall’esito, quindi il costo di un audit fallito o rimandato lo paga solo l’azienda, con una seconda giornata di verifica da pagare più il tempo perso rispetto alla scadenza commerciale che aveva spinto a partire. Le non conformità più comuni negli audit BRC riguardano proprio le aree già presidiate dall’HACCP di base, contaminazione crociata, tracciabilità dei lotti e gestione degli allergeni, ma con un livello di documentazione e di verifica sul campo più esigente. Un’azienda che ha già un sistema HACCP solido e aggiornato parte in vantaggio: il BRC aggiunge requisiti di sistema qualità e di cultura della sicurezza alimentare sopra una base che, se già in ordine, riduce sensibilmente sia i tempi sia i costi di adeguamento.

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