Edizioni B2B mercoledì 9 settembre 2026 Newsletter
Alimentare B2B

Produzione e trasformazione agroalimentare: normative, filiere, export.

NORMATIVA

Listeria e shelf life: dal 1° luglio la prova tocca a chi produce alimenti pronti

Il regolamento UE 2024/2895 impone dal 1° luglio 2026 un nuovo criterio su Listeria monocytogenes: senza un challenge test che dimostri la soglia di 100 CFU/g, scatta la tolleranza zero per tutta la shelf life. Cosa cambia per formaggi molli, salumi e prodotti ittici pronti.

Redazione Alimentare B2B · 4 agosto 2026

Dal 1° luglio 2026 chi produce alimenti pronti al consumo non può più limitarsi a dichiarare una data di scadenza: deve dimostrarla scientificamente contro Listeria monocytogenes, o accettare la tolleranza zero per tutta la shelf life. È l’effetto del regolamento (UE) 2024/2895 della Commissione, pubblicato il 20 novembre 2024, che modifica l’allegato I del regolamento (CE) 2073/2005 sui criteri microbiologici. La scadenza non è una notizia dell’ultima ora: è passata da poco più di un mese, e i controlli hanno già iniziato a chiedere conto di quel challenge test.

Perché ti riguarda:

I numeri chiave del nuovo criterio microbiologico:

Quali prodotti rientrano nell’obbligo?

Il criterio si applica agli alimenti pronti al consumo che possono favorire la crescita di Listeria monocytogenes durante la shelf life: salmone e altri prodotti della pesca affumicati o marinati, formaggi a pasta molle o semicotti (in particolare quelli a latte crudo, dove il rischio di contaminazione all’origine è più alto), preparazioni di carne pronte e insalate confezionate pronte al consumo. Restano fuori gli alimenti destinati ai lattanti e quelli per fini medici speciali, per cui vigono già regole più stringenti. Il criterio non è nuovo nel principio, la tolleranza zero su Listeria esiste da anni nel regolamento 2073/2005: quello che cambia è l’onere della prova. Prima il produttore poteva dichiarare la shelf life sulla base di conoscenza tecnica ed esperienza; ora, se vuole restare sopra la soglia di assenza totale, deve avere in mano uno studio che lo dimostri, prodotto per prodotto, formulazione per formulazione.

Cosa deve fare in pratica un’azienda alimentare?

Il punto operativo è tutto qui: un challenge test consiste nell’inoculare deliberatamente il prodotto con ceppi noti di Listeria monocytogenes e misurarne la crescita nelle condizioni di conservazione previste in etichetta, temperatura compresa, per l’intera durata della shelf life dichiarata. È un’analisi che richiede un laboratorio specializzato, tempi che si misurano in settimane e un costo che cresce con il numero di referenze da testare. Per questo le linee guida Commissione revisionate a dicembre 2025 insistono su un punto per le imprese più piccole: non serve ripetere il challenge test per ogni singola referenza se il produttore riesce a raggruppare i prodotti per categoria di rischio omogenea (stessa matrice, stesso processo, stesso packaging) e a giustificare l’estensione dei risultati con uno studio di potenziale di crescita, più rapido e meno oneroso. Un salumificio che confeziona dieci referenze di affettati con la stessa ricetta base e lo stesso processo di stagionatura, per esempio, non deve necessariamente pagare dieci challenge test separati, se dimostra che la matrice e le condizioni di conservazione sono equivalenti.

Cosa succede a chi non si è ancora adeguato?

Formalmente il criterio è già in vigore dal 1° luglio, quindi un’ispezione dell’autorità sanitaria competente può oggi chiedere la documentazione dello studio di shelf life o, in sua assenza, verificare che il lotto rispetti l’assenza totale in 25 grammi. Un prodotto che supera quella soglia senza uno studio a supporto va incontro al ritiro dal mercato, con le conseguenze reputazionali e di costo che un richiamo comporta lungo tutta la filiera, dal produttore alla grande distribuzione che lo ha messo a scaffale. Chi non ha ancora avviato lo studio ha comunque una strada più rapida della paralisi produttiva: contattare un laboratorio accreditato per una valutazione preliminare del rischio della propria matrice, prima di decidere se serve un challenge test pieno o basta uno studio di potenziale di crescita. Rimandare la verifica espone al rischio di scoprirlo durante un’ispezione, quando le opzioni si riducono al ritiro immediato.

Vai più a fondo

← Tutte le notizie di Alimentare B2B

Il brief di Alimentare B2B

Le notizie e i dati che contano per chi decide, direttamente nella tua casella. Gratis, una volta a settimana.

Iscriviti