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Produzione e trasformazione agroalimentare: normative, filiere, export.

DATI

Export formaggi a 6,7 miliardi: come i dazi USA cambiano i mercati

Assolatte: export di formaggi italiani a 6,7 miliardi di euro nel 2025 (+4,6%), +3,8% nel primo trimestre 2026. Le vendite verso gli Stati Uniti scendono dell'11,4% per i dazi, compensate da Germania, Spagna, Canada e Giappone. Cosa cambia per un produttore che dipende dal mercato americano.

Redazione Alimentare B2B · 31 luglio 2026

Forme di formaggio in stagionatura su scaffali di legno in una cella

L’export di formaggi Made in Italy ha chiuso il 2025 a 6,7 miliardi di euro, un record che vale +4,6% sull’anno precedente. Nel primo trimestre 2026 la crescita continua, +3,8%, ma dentro il dato aggregato si nasconde una frenata precisa: le vendite verso gli Stati Uniti sono scese dell’11,4% per effetto dei dazi. Lo ha detto Assolatte durante la sua ottantunesima assemblea, il 18 giugno 2026 a Milano, dove è stato confermato presidente Paolo Zanetti. Il calo americano non ha fermato la crescita complessiva perché è stato compensato da Germania, Spagna, Canada e Giappone, mercati che nello stesso periodo hanno assorbito volumi crescenti.

Perché ti riguarda: se la tua azienda esporta formaggio negli Stati Uniti, un mercato in calo dell’11,4% significa marginalità sotto pressione su ogni container che parte oggi verso un distributore americano, con il dazio che si somma a nolo e cambio dollaro debole. Due strade, non equivalenti. Prima: spostare quote sui mercati europei vicini, Germania e Spagna, dove la logistica costa meno, i pagamenti sono più rapidi e non c’è rischio tariffario, ma la concorrenza locale su formaggi generici è più diretta e i margini medi restano più bassi che negli Stati Uniti. Seconda: puntare su Canada e Giappone, mercati lontani ma con una domanda specifica per DOP e prodotti di fascia alta che paga meglio, a fronte di tempi di consegna più lunghi e certificazioni di importazione da gestire mercato per mercato. Chi ha un solo canale export oggi concentrato sugli USA parte in una posizione più debole di chi ha già relazioni commerciali aperte altrove.

I numeri della filiera lattiero casearia 2025-2026

IndicatoreValoreFonte
Fatturato filiera latte 202531,9 miliardi €Assolatte, assemblea 18/06/2026
Di cui industria di trasformazione28,5 miliardi €Assolatte, assemblea 18/06/2026
Export formaggi 20256,7 miliardi € (+4,6%)Assolatte, assemblea 18/06/2026
Export formaggi Q1 2026+3,8%Assolatte, assemblea 18/06/2026
Export verso Stati Uniti Q1 2026-11,4%Assolatte, assemblea 18/06/2026

Quanto pesano davvero i dazi USA sul comparto?

Gli Stati Uniti restano un mercato di sbocco importante per il lattiero caseario italiano, ma non l’unico che conta: nel 2025 il fatturato complessivo della filiera del latte ha raggiunto 31,9 miliardi di euro, di cui 28,5 miliardi generati dalla sola industria di trasformazione, secondo i dati Assolatte. L’export di formaggi vale una parte crescente di questo fatturato, e proprio per questo un calo dell’11,4% su un singolo mercato, per quanto rilevante, pesa meno oggi di quanto avrebbe pesato tre o quattro anni fa, quando la diversificazione geografica era più limitata. La differenza tra un’azienda che regge l’urto e una che lo subisce sta tutta nella quota di fatturato export concentrata su un unico paese.

Quali mercati stanno assorbendo il calo americano?

Germania e Spagna guidano la compensazione in Europa, dove pesano di più i formaggi da tavola e gli stagionati di fascia media, venduti attraverso la grande distribuzione e il canale food service. Canada e Giappone, più lontani, si muovono su una logica diversa: acquirenti specializzati, importatori che lavorano su gamma DOP e IGP, prezzi allineati al posizionamento premium. Il segnale interessante non è solo che questi quattro mercati crescono, ma che lo fanno insieme e in modo diversificato, un’evidenza che secondo l’analisi della filiera presentata da Assolatte rende il comparto meno esposto a una singola area geografica rispetto al passato. Per una PMI, replicare questa diversificazione su scala ridotta significa non affidarsi a un solo importatore per un solo mercato, anche quando quel mercato oggi rende bene.

Conviene diversificare ora o aspettare l’esito dei negoziati USA-UE?

Dipende dalla quota di fatturato oggi legata agli Stati Uniti. Se pesa poco sul totale, ha senso aspettare: i negoziati tariffari tra Unione Europea e Stati Uniti restano aperti e un accordo che riduca il dazio attuale non è escluso nei prossimi mesi, rendendo prematuro spostare risorse commerciali prima di sapere come evolve il quadro. Se invece gli Stati Uniti pesano per una quota rilevante dell’export, ogni mese di attesa costa margine su ordini che oggi arrivano comunque, ma a condizioni peggiori di un anno fa. In questo caso conviene aprire in parallelo almeno un canale su un mercato UE vicino, dove i tempi di attivazione commerciale sono più corti, mentre si costruisce con calma un ingresso più strutturato su Canada o Giappone, che richiede certificazioni e relazioni commerciali da avviare con mesi di anticipo.

I segnali da monitorare nei prossimi mesi

  1. Esito dei negoziati tariffari USA-UE: un accordo che riduca il dazio attuale cambierebbe la convenienza relativa tra mercato americano ed europeo per chi sta valutando dove investire budget commerciale.
  2. Dati Assolatte del terzo trimestre 2026: diranno se la crescita del 3,8% del primo trimestre regge anche con dazi pienamente a regime per un periodo più lungo.
  3. Cambio euro dollaro: un dollaro più debole peggiora ulteriormente la competitività di prezzo sul mercato americano, indipendentemente dall’evoluzione dei dazi.

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